29 Febbraio 2024

I falsi reperti archeologici di Giardini Naxos.Oggi saranno svelati i retroscena di questa misteriosa truffa di fine ‘800

salinasLa prima colonia greca di Sicilia in questi giorni torna di grande attualità per una interessante ed ancora in parte misteriosa storia di falsificazioni “archeologiche”. Si tratta di stranissimi oggetti, animali fantastici, incredibili figure umane e iscrizioni misteriose. Sono stati rinvenuti a metà dell’Ottocento a Giardini-Naxos, sotto Taormina, in contrada Mastressa e sono legati a un’intricata vicenda di dubbi, inchieste e sequestri alla fine della quale furono nascosti per sempre alla vista del pubblico. Una vicenda che torna di attualità, ricca di fascino ma anche di interrogativi ancora attuali. I magazzini del museo archeologico Salinas di Palermo sono difatti ricchi di oggetti “autenticamente falsi” che fino a oggi sono stati considerati “impresentabili”, perciò sepolti negli scantinati, e tenuti nascosti al pubblico. Adesso dai depositi affiora una storia dell’Ottocento per la prima volta consegnata al pubblico con tutto il corredo di segreti che non potevano essere raccontati prima. Oggi pomeriggio alle 17.30 a Palermo questi oggetti saranno esposti in occasione di una conferenza di Flavia Frisone dell’Università del Salento: “Veramente falsi. I reperti impresentabili del museo Salinas”. In mezzo alle straordinarie collezioni del museo queste opere false sono state riportate alla luce durante lavori di restauro. Tra i falsi questi di Giardini Naxos la cui storia ha dell’incredibile. Questi pezzi difatti prima di essere scoperti come “rozze falsificazioni” riuscirono inizialmente a fare il giro d’Europa nel mercato internazionale dei “cacciatori di antichità”. Come in un giallo, sarà indagato lo spazio in cui un tempo operavano fianco a fianco, e talvolta in un rapporto di complicità, illustri archeologi e scavatori clandestini. Oltre all’aspetto curioso del lavoro dei falsari, spesso segnato da tanta ingenuità, si parlerà dell’idea dell’antico plasmata da un’archeologia ai suoi primi passi. Sarà ricostruita così una stagione in cui i falsi costituivano un vero e proprio percorso alternativo di conoscenza. A rendere però particolare questo caso di falsificazione, è l’aver visto coinvolte diverse istituzioni italiane ed europee, dalla Regia Commissione di Antichità e Belle Arti di Sicilia e nazionale, al Museo di Palermo, al British Museum, all’Istituto Archeologico Germanico di Roma. Complicità e segreti che lo storico Theodor Mommsen definì i “pupazzi di Mastressa”, ovvero la contrada di Giardini-Naxos dove un tale Gaetano Moschella, contadino e fittavolo di un terreno nel quale erano emersi resti antichi, riuscì a vendere fra il 1865 e il 1876 proprio al Museo archeologico di Palermo, ma anche a diverse istituzioni estere oggetti bizzarri che sosteneva di avere rinvenuto durante degli scavi in zona. Gli oggetti sono numerosi, e a colpire non sono tanto quelli che riecheggiano certe offerte votive tipiche del mondo antico, in quanto modellati a forma di frutti, pesci o altri animali , quanto piuttosto alcune sculture figurate, inconsuete per soggetto e caratterizzate da complessi motivi decorativi. Di fronte a tanta bizzarria l’idea di una falsificazione finì col farsi strada, ma nessuno fu mai in grado di provarla, soprattutto per la strenua difesa che l’allora massima autorità archeologica in Sicilia, Francesco Saverio Cavallari, Direttore delle Antichità e membro della Commissione per le Antichità e Belle Arti di Sicilia, fece di tali oggetti, favorendone di fatto la circolazione. Nel 1865 fece acquistare alla Regia Commissione per le Antichità e Belle Arti alcuni reperti archeologici provenienti da Mastressa, avallando, sulla base di nuovi acquisti da lui compiuti e di alcune iscrizioni presenti sugli oggetti stessi, la credibilità del citato contadino e tombarolo Moschella, dando così accredito scientifico alla presunta scoperta. La poca definizione dei dettagli e l’evidente rozzezza di quei manufatti fu in concreto attribuita dallo studioso ai limitati mezzi espressivi dei Siculi che già secondo fonti antiche avrebbero abitato l’area circostante la polis calcidese di Naxos. La presenza di iscrizioni fu forse l’elemento principale di quell’accredito scientifico favorito dallo studioso, un elemento che 150 dopo ha fatto giungere alla conclusione che dietro il furbo contadino analfabeta si sia in realtà celato qualche personaggio munito di ben altri mezzi culturali, pronto a manovrare anche la beffa. Cavallari proseguì nella sua opera di validazione degli oggetti conducendo un saggio di scavo nell’area di Mastressa e dandone conto in una nuova, discutibile pubblicazione. Ma stavolta qualcosa andò storto: nel 1875, a una nuova richiesta del Moschella di far acquistare nuovi “reperti” al Museo di Palermo, la Commissione di Antichità e Belle Arti in Sicilia, oppose un netto rifiuto. Persino un’indagine dalla magistratura si interessò del caso, ma dei suoi esiti si è persa traccia. Il contadino, dal canto suo, proseguì imperterrito i propri affari con altri acquirenti stranieri ed enti culturali come l’Istituto Archeologico Germanico. Ma si avvicinava a rapidi passi il momento della damnatio memoriae nei confronti di quegli oggetti che Cavallari aveva tanto difeso. A decretarla , come ci racconta la professoressa Frisone , fu Giuseppe Fiorelli, massima autorità dell’archeologia del Regno d’Italia, che impose ai falsi di Moschella di finire seppelliti nei depositi “per non disonorare, con la loro presenza, il Museo che esponeva le splendide sculture di Selinunte”. Le cronache dicono che Cavallari continuò malgrado i dubbi provenienti da più parti, circa l’autenticità di quei reperti, a sostenere l’autenticità e il valore di quei pezzi, confermando le proprie valutazioni. Tuttavia, sebbene mai esplicitamente coinvolto nella vicenda delle falsificazioni, studi degli ultimi decenni hanno rilanciato l’ipotesi di un suo ruolo attivo nella truffa. Le ipotesi circa i modi e le ragioni di una tale forma di coinvolgimento costituiranno un interessante passaggio della conferenza della professoressa Frisone, che potrete seguire a Palermo il 23 settembre alle ore 17.30, presso la sala convegni del Museo Salinas, in Piazza Olivella.